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CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 27 aprile 2012 n. 2470 - Pres. Giaccardi, Est. Greco - Maldarella (Avv. Sticchi Damiani) c. Comune di Ostuni (Avv. Zaccaria) - (conferma T.A.R. Puglia - Lecce, Sez. III, sentenza n. 595/2009).

1. Edilizia ed urbanistica - Piano regolatore generale - Previsione della previa approvazione di un piano particolareggiato - Disapplicazione - Nel caso di zona già urbanizzata o di lotto intercluso - Possibilità - Sussiste.

2. Edilizia ed urbanistica - Piano regolatore generale - Previsione della previa approvazione di un piano particolareggiato - Finalità - Individuazione - Disapplicazione di tale disposizione - Nel caso di area già urbanizzata - Adeguata istruttoria - Necessità - Sussiste.

3. Edilizia ed urbanistica - Permesso di costruire - Diniego - Per area per la quale il P.R.G. prevede la previa approvazione di un piano particolareggiato, ma l’area stessa sia adeguatamente urbanizzata - Motivato con riferimento alla volumetria prevista, che non tiene conto delle le aree da destinare a standard - Legittimità.

1. Nel caso in cui il P.R.G. subordini l’edificazione su una determinata area alla previa predisposizione di un piano particolareggiato, tale obbligo può venire meno nei casi in cui l’Amministrazione accerti la sufficienza delle opere di urbanizzazione già esistenti, perché trattasi di lotto "intercluso" o comunque di area già adeguatamente urbanizzata.

2. Poichè la previsione del P.R.G. che assoggetta di regola gli interventi al previo piano particolareggiato è intesa a garantire un ordinato e armonico sviluppo del territorio ovvero ad assicurare il raccordo fra la nuova edificazione e le strutture esistenti, con ciò rispondendo a esigenze di carattere pubblicistico, deve ritenersi che tali esigenze possano sussistere anche in relazione ad aree già urbanizzate. Dal che discende che, nel caso di area già adeguatamente urbanizzata, la possibilità di disapplicazione della previsione che impone la previa approvazione di uno strumento attuativo non possa mai affermarsi in astratto, ma consegua sempre ad un accertamento istruttorio che il Comune deve condurre con riferimento alle specifiche condizioni e caratteristiche dell’area in considerazione.

3. E’ legittimo il provvedimento con il quale il Comune, per un’area per la quale il P.R.G. subordina l’edificazione all’approvazione di uno strumento urbanistico attuativo, pur convenendo sull’ammissibilità dell’intervento diretto (e, quindi, sulla disapplicabilità della prescrizione di P.R.G. che impone la previa approvazione del piano particolareggiato), trattandosi di zona ormai urbanizzata, ha tuttavia negato il rilascio del permesso di costruire ritenendo che il progetto presentato finiva per prevedere la realizzazione di una volumetria superiore a quella consentita, dovendosi detrarre dalle superfici su cui applicare l’indice di fabbricabilità (nella specie previsto dal P.R.G. in misura pari a 4 mc/mq) le aree da destinare a standard; ciò in quanto le urbanizzazioni esistenti, di natura sovracomunale, non erano idonee a soddisfare integralmente le esigenze di standard dell’intera maglia di riferimento.

Vedi anche: Cons. Stato, sez. IV, 10 gennaio 2012, n. 26,  id., 13 ottobre 2010, n. 7486.

 

Esonero dal Piano attuativo e rilascio del permesso di costruire singolo:
la difficile vita di un principio non urbanistico

E’ affermazione costante e ripetuta in giurisprudenza quella che predica la non necessità della mediazione di un piano urbanistico di secondo livello, pur in presenza di una previsione in tal senso contenuta nello strumento urbanistico generale, allorché lo stato di sufficiente urbanizzazione dell’area sia pressoché completo e tale da rendere inesigibile la previa redazione di uno Piano attuativo.

Il principio è contenuto nella notissima da CdS, AP, 6 ottobre 1992, n. 12 , ed è stato ripreso, spesso in maniera tralaticia, da tutta la successiva giurisprudenza .

Affermato il principio, però, le conseguenze del rilascio della concessione diretta (ora permesso di costruire) in aree sottoposte a pianificazione attuativa dallo strumento regolatore non sono affatto chiare. All’affermazione del principio non ha pertanto fatto seguito la concreta enucleazione dei parametri di riferimento; compito tanto più importante allorché si consideri che le NTA che disciplinano l’attuazione del PRG nelle zone sottoposte a pianificazione di dettaglio sono riferite all’intera maglia oggetto di pianificazione, mentre l’intervento singolo fa, di norma, riferimento ad una ridotta porzione di tale maglia.

A ben vedere si tratta di un principio dettato dal buon senso e, soprattutto, dalla constatazione che, spesso, l’urbanizzazione di un’area segue (o ha seguito) linee assai diverse da quelle disegnate dal pianificatore. La concreta implementazione di tale principio nella pianificazione territoriale, però, origina una notevole e non prevedibile quantità di problematiche.

Ecco che allora appare in tutto il suo interesse l’annotata sentenza del Consiglio di Stato, che esamina proprio una fattispecie di singolare complessità nella quale il Comune aveva effettivamente convenuto col privato sulla non necessità dello strumento attuativo ma, al fine di conservare il medesimo numero di abitanti insediabili che il PRG prevede per la porzione di territorio presa in considerazione, riteneva di applicare all’intervento costruttivo l’indice di fabbricabilità fondiaria (iff) previsto dallo strumento urbanistico in luogo dell’indice di fabbricabilità territoriale (ift) sulla base del quale il privato aveva calibrato la propria progettazione.

Già il Giudice di primo grado, nel respingere il ricorso del privato e ritenere legittima la posizione del Comune, aveva notato che il tema in ordine alla disciplina urbanistica da applicare allorché la P.A. rilascia un titolo edilizio diretto in zona che il PRG sottopone a pianificazione attuativa non è stato sufficiente “sviscerato dall’indagine dottrinaria e giurisprudenziale perché di rado prospettato[3]; da qui il notevole rilievo che la pronuncia riveste ed il senso della presente nota. Con l’avvertenza che la soluzione al problema, prospettata dall’Amministrazione Comunale e confermata dal Giudice Amministrativo, non è di immediata esportazione a fattispecie differenti, dovendosi necessariamente avere riguardo alla concreta conformazione del territorio ed alle singole discipline di piano.

Indici di fabbricabilità fondiaria e territoriale

Prima di esaminare la soluzione prospettata dall’A.C. ed accolta dala sentenza, è opportuno rammentare che il D.M. 2.4.1968 che fissa gli standard di edificabilità delle aree distingue la densità edilizia in territoriale e fondiaria: la prima è riferita a ciascuna zona omogenea e definisce il complessivo carico di edificazione che può gravare sull'intera zona, con la conseguenza che il relativo indice è rapportato all'intera superficie della stessa, ivi compresi gli spazi pubblici, quelli destinati alla viabilità e simili. La densità fondiaria ha invece riferimento alla singola area e definisce il volume massimo consentito su di essa; il relativo indice va applicato all'effettiva superficie suscettibile di edificazione, con esclusione delle aree destinate ad uso pubblico.

Nella fattispecie esaminata dalla sentenza, l’indice previsto dallo strumento generale per la specifica zonizzazione (denominata “C.1”) è un indice territoriale, in quanto che prevede il numero di abitanti insediabili (e quindi di volumi realizzabili) all’interno della maglia considerata. Gli indici previsti dalla norma di Piano, pertanto, non si riferiscono ai singoli lotti ma all’intera maglia che li comprende, in applicazione della disciplina del comparto.

L’Amministrazione Comunale riteneva che l’applicazione di tali indici ha un senso solo se riferita all’intero territorio sul quale si inserisce la nuova edificazione. Diversamente, verrebbero stravolte le previsioni insediative poste a base della pianificazione generale. E’ ciò che il Giudice di primo grado aveva definito “euritimia” dello sviluppo urbanistico, attribuendo valore decisivo alla necessità di mantenere, nella zona considerata, il medesimo numero di abitanti insediabile previsto dallo strumento generale.

In altri termini, il carattere già urbanizzato dell’area non consente di derogare alla disciplina volumetrica imposta dal PRG. Ed in effetti, se l’indice di fabbricabilità previsto per la zona considerata fosse inteso quale iff (cioè riferito al solo lotto oggetto di intervento senza la depurazione delle aree a standard connesse alla redazione di un piano attuativo), ne conseguirebbe che i volumi realizzati sullo specifico lotto, in via di concessione diretta, sarebbero più elevati di quelli previsti dallo strumento urbanistico generale, da realizzare con piano attuativo. E ciò si porrebbe in contrasto col principio del necessario contenimento dello sviluppo territoriale all’interno dei limiti volumetrici ed insediativi fissati dal PRG.

La conseguenza dell’applicazione dell’ift all’interno del lotto (anziché della più “naturale” applicazione dell’iff) è la depurazione, dal lotto medesimo, di una porzione territoriale da destinare al soddisfacimento degli standard pubblici, utilizzando per l’edificazione privata la sola porzione residua.

Standard zonali, standard comunali, standard sovracomunali.

La legittimità di tale ordine di idee comporta per necessità un preliminare giudizio di insufficienza delle aree a standard. Se gli spazi e le attrezzature pubbliche previsti dallo strumento regolatore avessero trovato integrale soddisfazione in relazione alla maglia in questione, non vi sarebbe necessità di effettuare il complesso ragionamento più sopra riferito. Non vi sarebbe, cioè, necessità di prevedere una cessione di aree a standard all’interno del lotto all’atto del rilascio della concessione diretta, ottenuta mediante applicazione dell’ift sul lotto medesimo anziché dell’iff.

L’indagine in tal senso effettuata dall’Amministrazione è stata così volta ad accertare l’esistenza e la “qualità” degli spazi pubblici esistenti nei pressi dell’area interessata dall’edificazione. Entrambi le parti del giudizio hanno preso a riferimento la zona posta all’interno di un raggio di 250 mt. dalla zona oggetto di edificazione,

Nel condurre questa indagine, l’Amministrazione Comunale ha utilizzato la distinzione tra standard di quartiere, comunali e sovracomunali in relazione al soddisfacimento delle esigenze cui gli stessi sono destinati.

Gli standard urbanistici sono finalizzati ad assicurare una dotazione minima di attrezzature pubbliche per ogni abitante insediabile (art. 3 D.M. 1444/68). A seconda del livello territoriale che lo specifico standard intende servire, si possono avere standard di quartiere, standard comunali, standard sovracomunali, ecc.

Pertanto, per poter ritenere un’area dotata delle necessarie infrastrutture non è sufficiente verificare quali siano le urbanizzazioni presenti in zona, ma occorre anche accertare che queste siano funzionali alla specifica zona in esame. Tale distinzione, assente in diritto positivo ma imposta da necessità logiche, ha già trovato ospitalità in giurisprudenza. Ad esempio, Cons. Stato, V, 1 febbraio 1995, n. 162: “Per verificare la necessità di un piano di lottizzazione con riferimento allo stato di urbanizzazione dell'area (lotto) e della porzione territoriale in cui si colloca l'intervento, occorre tener conto che le opere di urbanizzazione primaria (viabilità, spazi di sosta e parcheggio fognature, reti di acqua, luce e gas, opere per la pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato), pur venendo in rilievo, ai fini del rilascio della concessione edilizia, in una funzione servente rispetto all'edificio da realizzare, nella prospettiva pianificatoria non si esauriscono in strutture interne al lotto o al solo servizio nel territorio; mentre le opere di urbanizzazione secondaria (asili, scuole materne, scuole dell'obbligo, strutture e complessi per l'istruzione superiore all'obbligo, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese e altri edifici religiosi, impianti sportivi di quartiere, centri sociali e attrezzature culturale e sanitarie, aree verdi di quartiere) sono per loro natura strutture a servizio di una parte del territorio e quindi vanno distribuite in esso”.

E la coeva Cons. Stato, V, 1 febbraio 1995, n. 163: “I parametri indicativi (sintomatici) di riferimento per verificare se esista lottizzazione sono: le caratteristiche dell'intervento edilizio e della relativa area (lotto) nonché lo stato di urbanizzazione della porzione territoriale entro la quale l'insediamento viene a gravitare, intendendosi per questa ultima la parte del territorio comunale in cui viene a inserirsi il nuovo insediamento, ivi comprese quindi anche le aree limitrofe a quella di <proprietà> e che va definita tenendo conto degli ambiti in cui concretamente vengono distribuite o si sviluppano le opere di urbanizzazione nel territorio (per quartieri, agglomerati, comprensori, ecc.)”.

Pertanto, non sarà sufficiente verificare l’esistenza di urbanizzazioni ma occorrerà indagare nello specifico quale livello di insediamento venga da queste servito.

La P.A. ha così accertato che una gran parte delle urbanizzazioni presenti nella zona interessata inerisca a livelli più ampi di quello del quartiere: la scuola media, la Biblioteca comunale, il Liceo e le relative aree di parcheggio non costituiscono, in effetti, urbanizzazioni di livello di quartiere. L’Ospedale civile, poi (ed i connessi parcheggi) rappresentano addirittura standard sovracomunali. Unici standard di quartiere vengono considerati la chiesa parrocchiale e la scuola dell’infanzia.

I punti nodali: applicabilità dell’ift al lotto da edificare e legittimità dell’obbligo di cessione degli standard al di fuori di un piano attuativo

Come anticipato, il Giudice Amministrativo ha statuito la correttezza della soluzione escogitata dall’Amministrazione Comunale di applicare l’indice di fabbricabilità territoriale al lotto in discorso: ha, cioè, ritenuto legittima una “congrua” riduzione degli indici previsti dal PRG, allorché l’istruttoria abbia mostrato che le urbanizzazioni esistenti, pur idonee a giustificare la deroga all’obbligo di previa pianificazione esecutiva, risultano insufficienti in relazione alle esigenze di urbanizzazione secondaria relative alla specifica maglia interessata.

In questo modo (osservava già il Giudice di primo grado), l’A.C. sceglie il male minore: a fronte di una conclamata carenza di standard e all’impossibilità di realizzare quelli necessari, il Comune consente sì al privato di realizzare immediatamente il proprio jus aedificandi, evitando, però, che possano essere insediati sul singolo lotto più abitanti di quelli previsti in via generale dallo strumento regolatore.

Un simile principio era stato già affermato da Cons. Stato, V, 10 marzo 1998, n. 276; in quell’occasione si faceva questione di un diniego di rilascio di concessione edilizia in via diretta, motivato con la necessità di una preventiva concreta verifica delle cubature residenziali esistenti nella zona omogenea interessata, ai fini della corretta determinazione dell'indice residuo di sfruttamento edilizio delle relative aree residenziali. “In altre parole - sintetizza il Giudice Superiore -, il Comune ha essenzialmente richiesto, con il primo capo di motivazione dell'impugnato diniego, che il progetto fosse accompagnato da accurate e documentate precisazioni tecniche in merito al rispetto dell'indice di fabbricabilità territoriale che, per la zona C3, è pari a 0,75 mc/mq…”. Un tale ragionamento viene ritenuto legittimo dal Consiglio di Stato: l’ift previsto per la zona C3, statuisce il Collegio “deve essere rispettato indipendentemente dal carattere già urbanizzato ed edificato dell'area in cui si colloca il lotto da edificare, dal carattere intercluso o meno di quest'ultimo e dalla presenza o meno di uno strumento attuattivo”.

Corollario di questo ragionamento è il superamento dell’alternativa secca tra le due alternative del rispetto della prescrizione che impone la previa redazione del piano attuativo e dell’assentibilità sic et simpliciter dell’intervento diretto – cioè della legittimità della pretesa della P.A. di ottenere la cessione di standard anche in sede di rilascio di permesso di costruire e non solo in presenza di piano attuativo, come prevede l’art. 28 della L. 1150/42.

La sentenza annotata osserva che, una volta che sia ammessa la deroga alle previsioni di Piano (rilasciando un permesso singolo all’interno di area che il PRG sottopone a pianificazione attuativa) “sarebbe contraddittorio fissare percorsi rigidi alle modalità con cui la medesima Amministrazione, una volta decisa la deroga, la attua in concreto

In tal modo viene riconosciuto all’Amministrazione il potere necessario a garantire l’euritmia dello sviluppo urbanistico, adottando le misure necessarie a garantire i medesimi risultati che lo strumento regolatore generale intendeva perseguire.

Posizione non nuova in giurisprudenza, rivenendosi una lucida lettura della vicenda in Tar Lombardia, Brescia, 16 maggio 2006, n. 567: “In sintesi l'individuazione di aree a standard è ormai parte della normale procedura di trasformazione del territorio, che non è più focalizzata sulla sola urbanizzazione di una singola area ma deve tenere conto del peso insediativo ricadente sull'intero contesto urbano e della necessità di riequilibrare la situazione approntando adeguati servizi. Questa impostazione non si adatta unicamente ai casi di maggiore impatto per i quali è previsto un piano attuativo ma riguarda qualsiasi edificazione”.


 

N. 02470/2012REG.PROV.COLL.

N. 04908/2009 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso in appello nr. 4908 del 2009, proposto dal signor Armando MALDARELLA, rappresentato e difeso dall’avv. Ernesto Sticchi Damiani, con domicilio eletto presso lo stesso in Roma, via Bocca di Leone, 78,

contro

il COMUNE DI OSTUNI, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Cecilia R. Zaccaria, con domicilio eletto presso l’avv. Alberto Angeletti in Roma, via G. Pisanelli, 2,

per l’annullamento

della sentenza nr. 595/09, resa nella camera di consiglio del 10 dicembre 2008 e dell’11 dicembre 2008, depositata in data 2 aprile 2009, non notificata, con la quale il T.A.R. della Puglia, Sezione di Lecce, Sezione Terza, ha respinto il ricorso nr. 324/08.

 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Ostuni;

Viste le memorie prodotte dall’appellante (in data 5 marzo 2012) e dal Comune (in data 23 febbraio 2012) a sostegno delle rispettive difese;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore, all’udienza pubblica del giorno 27 marzo 2012, il Consigliere Raffaele Greco;

Uditi l’avv. Sticchi Damiani per l’appellante e l’avv. Alberto Angeletti, in sostituzione dell’avv. Zaccaria, per il Comune;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Il signor Armando Maldarella ha impugnato la sentenza con la quale la Sezione staccata di Lecce del T.A.R. della Puglia ha respinto il ricorso da lui proposto avverso il diniego opposto dal Comune di Ostuni alla richiesta di permesso di costruire avente a oggetto la realizzazione di un immobile per civile abitazione su un’area in sua proprietà.

A sostegno dell’appello, egli ha dedotto l’erroneità della sentenza:

- nella parte in cui ha escluso che, allorché ritiene di autorizzare l’intervento diretto in zona in cui il P.R.G. subordina l’edificazione alla previa predisposizione di un piano attuativo, il Comune sia tenuto soltanto a rilasciare il permesso di costruire, senza poter compiere ulteriori valutazioni sulla sufficienza o meno degli standard esistenti;

- con riguardo alla ritenuta applicabilità delle previsioni contenute nel d.m. 2 aprile 1968, nr. 1444;

- con riguardo, in ogni caso, al giudizio di inadeguatezza degli standard esistenti in loco;

- con riguardo al mancato esame della censura articolata avverso un’ulteriore argomentazione, inerente alla sistemazione delle aree a verde con parcheggi, inizialmente addotta dal Comune nel preavviso di rigetto dell’istanza (poi non riprodotta nel diniego definitivo).

Si è costituito il Comune di Ostuni, opponendosi con diffuse argomentazioni all’accoglimento dell’appello e concludendo per la conferma della sentenza gravata.

All’udienza del 27 marzo 2012, la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. L’odierno appellante, signor Armando Maldarella, è titolare di un suolo sito in territorio del Comune di Ostuni, in relazione al quale la precedente proprietaria aveva avanzato istanza di permesso di costruire per la realizzazione di un edificio per civile abitazione.

Il suolo de quo ricade in zona “C1 di espansione intensiva”, per la quale l’art. 4 delle N.T.A. del vigente P.R.G. subordina l’edificazione alla previa predisposizione di “piano particolareggiato o di lottizzazione, esteso alla maglia di P.R.G.”; il progetto proposto, muovendo dal rilievo della già avvenuta edificazione di buona parte dell’area in questione e della sufficienza delle opere di urbanizzazione ivi esistenti, chiedeva l’autorizzazione all’intervento diretto, prevedendo altresì la sistemazione a verde con parcheggi e la successiva cessione gratuita in favore del Comune di una porzione di suolo tipizzata a zona “G1”.

Nel diniego impugnato in prime cure l’Amministrazione comunale, pur convenendo sull’ammissibilità dell’intervento diretto (e, quindi, sulla disapplicabilità della prescrizione di P.R.G. che imponeva il piano particolareggiato), ha ritenuto che il progetto presentato prevedesse la realizzazione di una volumetria superiore a quella consentita, dovendo detrarre dalle superfici su cui applicare l’indice di fabbricabilità nella specie previsto dal P.R.G. (4 mc/mq) le aree da destinare a standard; ciò in quanto le urbanizzazioni esistenti, di natura sovracomunale, non erano idonee a soddisfare integralmente le esigenze di standard dell’intera maglia di riferimento.

Con l’odierno appello, l’originario istante censura la sentenza col quale il T.A.R. della Puglia ha ritenuto legittimo il diniego così motivato dall’Amministrazione.

2. Tutto ciò premesso, l’appello è infondato e va conseguentemente respinto.

3. Nella specie, viene in rilievo il noto indirizzo secondo cui, laddove il P.R.G. subordini l’edificazione su una determinata area alla previa predisposizione di un piano particolareggiato, tale obbligo può venire meno nei casi in cui l’Amministrazione accerti la sufficienza delle opere di urbanizzazione già esistenti, perché trattasi di lotto “intercluso” o comunque di maglia già adeguatamente urbanizzata.

3.1. Per un corretto inquadramento della fattispecie di che trattasi, è opportuno rilevare preliminarmente che la previsione che assoggetta di regola gli interventi al previo piano particolareggiato è intesa a garantire un ordinato e armonico sviluppo del territorio ovvero ad assicurare il raccordo fra la nuova edificazione e le strutture esistenti, con ciò rispondendo a esigenze di carattere pubblicistico che non può escludersi, in astratto, possano sussistere anche in relazione ad aree già urbanizzate (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 10 gennaio 2012, nr. 26; id., 13 ottobre 2010, nr. 7486).

Dal che discende che la possibilità di disapplicazione della previsione de qua non può mai affermarsi in astratto, ma consegue sempre ad un accertamento istruttorio che il Comune deve condurre con riferimento alle specifiche condizioni e caratteristiche dell’area in considerazione.

Già alla luce di tale ovvio rilievo, risulta scarsamente persuasiva la tesi dell’odierno appellante secondo cui tertium non datur fra le due alternative del rispetto della prescrizione che impone la previa redazione del piano attuativo e dell’assentibilità sic et simpliciter dell’intervento diretto, non essendo consentita all’Amministrazione alcuna ulteriore valutazione in ordine alla sufficienza e adeguatezza di urbanizzazioni pure esistenti; in altri termini, poiché è da una valutazione rimessa ad apprezzamenti tecnico-discrezionali del Comune che può derivare la disapplicazione della previsione de qua, sarebbe contraddittorio fissare percorsi rigidi alle modalità con cui la medesima Amministrazione, una volta decisa la deroga, la attua in concreto (e salva, come è ovvio, l’impossibilità di apporre al permesso di costruire condizioni o prescrizioni palesemente eccessive o estranee all’intervento richiesto).

3.2. Alla luce di quanto sopra, non è convincente l’avviso di parte appellante il quale, in sostanza, vorrebbe negare al Comune, il quale abbia manifestato la possibilità di addivenire alla più favorevole (per l’istante) determinazione di consentire l’intervento diretto, la facoltà di verificare in concreto la sussistenza di residue esigenze di aree da adibire a standard, e conseguentemente di ridurre l’indice di edificabilità rispetto a quello astrattamente previsto dal P.R.G. per l’area in questione.

Tale indice di edificabilità, indubbiamente, è stato fissato dal pianificatore nell’ambito di un contesto ben definito, caratterizzato dall’obbligo di previa predisposizione di un piano di lottizzazione, ed è quindi verosimile che esso sia stato “modulato” nel presupposto che sarebbe stato lo strumento attuativo a individuare le aree per urbanizzazioni al servizio dell’intera maglia; pertanto, una volta venuto meno il ridetto obbligo di piano attuativo per effetto di una valutazione discrezionale, non può affatto escludersi che gli indici in questione, lungi dal doversi sempre necessariamente applicare così come previsti, debbano essere congruamente ridotti laddove in sede istruttoria sia emerso che le urbanizzazioni esistenti, pur idonee a giustificare la deroga all’obbligo di previa pianificazione esecutiva, risultano insufficienti in relazione alle esigenze di urbanizzazione secondaria relative alla specifica maglia interessata.

È quanto avvenuto nel caso di specie, laddove oltre tutto – e il rilievo è decisivo, non essendo convincentemente smentito dall’appellante – l’Amministrazione ha evidenziato che, a voler applicare in modo astratto l’indice di fabbricabilità previsto dal P.R.G., ciò avrebbe comportato l’autorizzazione a edificare per una volumetria addirittura superiore a quella consentita dallo strumento urbanistico nella zona in questione.

3.3. Nel sottolineare come tale linea di condotta del Comune appaia del tutto ragionevole e immune da critiche, va anche aggiunto che non possono trovare ingresso in questa sede le censure articolate dall’appellante, anche con l’ausilio di apposita relazione tecnica, in ordine al giudizio di inadeguatezza delle urbanizzazioni esistenti a soddisfare le esigenze della maglia (in particolare, l’appellante sostiene che l’Amministrazione avrebbe dovuto assumere a riferimento un perimetro molto più ampio di quello effettivamente considerato).

Tali doglianze, con ogni evidenza, impingono il merito delle valutazioni tecnico-discrezionali riservate all’Amministrazione in sede di conformazione del territorio, e pertanto sottratte al sindacato giurisdizionale consentito in subiecta materia.

4. È poi inammissibile l’ulteriore motivo col quale l’appellante reitera la censura articolata in primo grado avverso un passaggio del preavviso di diniego, notificato dal Comune ai sensi dell’art. 10 bis della legge 7 agosto 1990, nr. 241, inerente alla sistemazione a verde con parcheggi di una porzione residua di suolo della quale in progetto era prevista la cessione gratuita al Comune stesso.

Infatti, è evidente che tale argomentazione, non essendo stata riprodotta nel provvedimento di diniego che ha concluso il procedimento, resta confinata al suindicato momento endoprocedimentale, non rientrando fra le motivazioni sulle quali l’Amministrazione ha fondato il censurato diniego.

5. In conclusione, l’accertata infondatezza dei motivi di impugnazione impone una decisione di reiezione del gravame, con la conseguente conferma della sentenza impugnata.

6. Tenuto conto peraltro della novità della questione di diritto esaminata, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese di lite.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata.

Compensa tra le parti le spese del presente grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 marzo 2012 con l’intervento dei magistrati:

Giorgio Giaccardi, Presidente

Raffaele Greco, Consigliere, Estensore

Guido Romano, Consigliere

Andrea Migliozzi, Consigliere

Umberto Realfonzo, Consigliere

DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 27/04/2012

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